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Italia, Bulgaria, Grecia, Serbia e Olanda a confronto sui sistemi di tutela per minori stranieri non accompagnati e sui mezzi di prevenzione e risposta alla violenza di genere

Cinque Paesi a confronto sul sistema di tutela e sul tema della prevenzione e risposta alla violenza di genere in contesto migratorio. L’incontro, organizzato a Palermo a fine settembre, è stato inoltre l’occasione per lanciare il primo corso specifico in materia per tutori volontari. 

Al centro del dibattito il “modello Palermo” realizzato nel capoluogo siciliano da UNICEF in collaborazione con l’Autorità Garante municipale per l’Infanzia e l’adolescenza. La Sicilia è stata infatti la prima Regione in Italia a dotarsi di un sistema di tutori volontari chiamati ad affiancare i minori stranieri non accompagnati presenti nel territorio, appoggiandoli nelle pratiche amministrative e nell’inclusione nel Paese di accoglienza.

 

Dal 2014 a oggi sono stati circa 70 mila i minori stranieri non accompagnati in Italia. Per supportare la risposta delle autorità italiane UNICEF è attivo dal novembre 2016 in Italia con un programma incentrato sulla protezione, sviluppo delle competenze e inclusione sociale dei minori e giovani migranti e rifugiati. Tra le attività condotte la formazione e il supporto ai tutori volontari per minori stranieri non accompagnati, introdotti dalla Legge 47/2017. 

 

Dal 2017 a oggi, sono stati nominati circa 400 tutori volontari in Sicilia, più di 150 solo sul distretto di Palermo. I tutori rappresentano un punto di riferimento fondamentale per i minori già subito dopo l’arrivo nel nostro Paese: sono chiamati a garantire che tutti i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia e Adolescenza vengano rispettati, compreso il principio del superiore interesse, l’ascolto, la presa in considerazione dell’opinione del minore e l’accesso alle informazioni. Negli altri Paesi a confronto i sistemi di tutela per minori migranti e rifugiati sono differenti – a seconda del quadro normativo e del sistema di politiche sociali: ad esempio, in Grecia il sistema di tutela sta avanzando verso una centralizzazione – mentre in Italia il sistema è fortemente decentralizzato attraverso le figure dei Garanti Regionali per l’Infanzia e l’Adolescenza e i Tribunali per i Minorenni. O, ancora, vi sono Paesi, come l’Olanda, in cui il sistema è basato sul lavoro di professionisti case-workers in capo al Ministero della Giustizia. Sistemi diversi che si sono confrontati per ragionare sulle sfide e le opportunità di ciascuno ed imparare reciprocamente a partire dalle buone pratiche. Ne è emerso un sistema italiano ancora in sperimentazione ma promettente, dove l’attivazione della cittadinanza e il ruolo di accompagnamento emotivo e sociale dei tutori volontari, oltre alla mancanza di conflitti di interessi, sono i fattori di forza. Ancora deboli appaiono invece alcuni elementi, quali la mancanza di meccanismi diffusi di supporto ai tutori stessi, compresa la formazione continua, nonché di monitoraggio e di dispositivi di reclamo accessibili per i minori.  

I tutori volontari si confrontano infatti con situazioni complicate e delicate, e devono essere dotati di strumenti e competenze per affrontarle nel modo più opportuno per poter aiutare i bambini e adolescenti sotto la loro tutela. Da qui la necessità di fornire loro strumenti specifici per supportarle i minori affiancati in modo etico e completo, e per garantire l’accesso ai servizi dedicati. Nel corso di tre giornate, un primo gruppo di tutori volontari è stato sollecitato a riflettere sulle dinamiche di genere e sulla violenza sessuale e di genere che i minori migranti e rifugiati subiscono nei Paesi di origine, durante il viaggio e a volte anche una volta arrivati in Italia. Da qui, è stato esplorato il ruolo del tutore, compresi i suoi limiti di intervento: sono infatti attori essenziali per aiutare un ragazzo o una ragazza sopravvissuti a violenze sessuali e/o di genere, accompagnandoli nei percorsi di emersione della violenza, sostenendoli con una primo supporto psicologica (First Psychological Aid) e il successivo invio a servizi specializzati. 

 

“È risaputo che i ragazzi e le ragazze migranti e rifugiati sono stati esposti a violenze, anche sessuali e di genere, durante il viaggio ed in particolare una volta arrivati in Libia. La loro capacità di resilienza è però sorprendente ed è essenziale che chiunque abbia un ruolo nella loro protezione sappia come supportarla e rinforzarla – afferma Anna Riatti, coordinatrice UNICEF per la risposta a favore dei minori migranti e rifugiati in Italia – è per questo che in Italia l’UNICEF sta portando avanti un programma per preparare i tutori nel supportare in maniera adeguata questi ragazzi e ragazze e per favorire la loro inclusione sociale”.

 

A questo proposito, In collaborazione con il centro PENC (antropologia e psicologia geo-clinica) UNICEF ha inoltre avviato un programma di prevenzione e risposta alla violenza di genere. Da gennaio ad agosto sono stati formati circa 300 operatori e circa 230 minori hanno avuto accesso a servizi di prevenzione e risposta. In tutto il centro a Palermo ha supportato oltre 80 casi.

 

“Oggi possiamo dire di essere stati capofila di questo processo in Italia e, a un anno e mezzo dalla sperimentazione, siamo in grado di fornire nuovi strumenti ai tutori – ha affermato Lino D’Andrea, Garante per l’infanzia e l’Adolescenza del Comune di Palermo – Oggi parliamo apertamente di violenza di genere riconoscendo l’abuso non solo fisico ma anche psicologico che tanti minori – sia ragazze che ragazzi – hanno subito durante il percorso dal Paese d’origine al Paese d’accoglienza. Si tratta di un’emergenza a cui, come istituzioni operanti sul territorio, dobbiamo rispondere in maniera tempestiva al fine di garantire la presa in carico dei minori e l’inserimento positivo nella comunità”.

 

L’UNICEF in Italia ha come priorità quella di continuare a supportare l’attuale sistema di tutela volontaria, promuovendo il modello promosso a Palermo e supportando i tutori nello svolgimento delle proprie funzioni, anche con azioni sperimentali come i gruppi di supporto tra pari. Ciascun minore deve avere un tutore volontario con il quale poter costruire un rapporto di fiducia, individualizzato e attento alle sue esigenze: è il fattore umano l’elemento che più di ogni altro sembra effettivamente migliorare il destino di questi minori migranti e rifugiati soli. D’altro lato l’UNICEF continua a raccomandare che vengano assicurate adeguate risorse umane, tecniche e finanziarie alle autorità locali per garantire che i tutori ricevano il supporto che necessitano. L’UNICEF conferma infine l’impegno a istituzionalizzare, portando a scala, il modello sperimentato a Palermo.

 

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